Dalle emozioni al bisogno di comunicare oggi (progetto ABC bambini bene comune)

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Dalle emozioni al bisogno di comunicare oggi (progetto ABC bambini bene comune)

2020-10-14T11:51:34+00:00 News|

di Silvia Pennacchi, pedagogista

Nello scorso incontro si è già parlato di cosa siano le emozioni, da dove nascono, del rapporto importante tra il cervello e gli stati emotivi studiato dalle neuroscienze per individuare i meccanismi neurali degli stessi in interazione con i sistemi fisiologici. Ed inoltre si è parlato delle radici neurobiologiche delle emozioni e quindi delle emozioni come modelli di risposta dell’organismo a stimoli esterni o interni per assicurare la sopravvivenza e l’adattamento della specie.

Parlare di emozioni in modo teorico e nella pratica quotidiana è molto importante. Così l’adulto può essere un modello coerente, rassicurante e promotore di un’equilibrata socializzazione emotiva.
Conoscere, esprimere, riconoscere, comprendere, regolare e gestire le proprie emozioni è importante tanto quanto saperle socializzare. Fondamentale è accompagnare i bambini fin dai primi anni in questo percorso complesso di riconoscimento e gestione dei propri stati emotivi.

C’è quindi un’attenzione particolare verso il mondo interno dei bambini e nello specifico verso lo sviluppo delle competenze emotive, fattore fondamentale per un’armoniosa promozione del loro benessere.

Inoltre si è parlato delle emozioni come parte integrante della socialità di un individuo, poiché nascono dalle relazioni interpersonali.
In quest’ottica è importante parlare di socializzazione emotiva (neuroni specchio-rispecchiamento emotivo) quando i comportamenti messi in atto dagli adulti di riferimento di fronte a stimoli o situazioni forniscono ai bambini materiale da imitare promuovendo lo sviluppo della comprensione emotiva. E’ attraverso l’apprendimento osservativo che i bambini apprendono i nessi tra determinate situazioni e le emozioni correlate ed è nei processi di socializzazione emotiva che l’adulto può trasmettere informazioni sulle strategie di regolazione emotiva.

Un individuo è emotivamente competente quando è in grado di attivare comportamenti adeguati alle convenzioni sociali e culturali di appartenenza, quindi del contesto in cui vive e quando ha allenato la sua intelligenza emotiva.

La socializzazione delle emozioni, l’educazione all’empatia e in generale l’allenamento emotivo può avvenire tramite tre pilastri:

-il modeling, cioè l’esempio, l’apprendimento imitativo e l’osservazione da parte del bambino di comportamenti messi in atto dagli adulti. Questo nutre e allena fortemente.

-il contingency, cioè gli interventi contingenti di fronte alle espressioni degli stati emotivi dei bambini in situazioni “a caldo”. Sono cioè reazioni e risposte dei genitori o figure di riferimento alle emozioni dei piccoli e queste trasmettono loro importanti informazioni sul significato degli eventi emotivi e sull’apprendimento di regole di espressione e comprensione delle emozioni. (es. strategie verbali e non, di disapprovazione, minimizzazione, svalutazione, supporto, incoraggiamento)

-tramite il coaching, cioè tramite le attività e modalità di educazione emotiva dirette ed esplicite in cui si parla e si ragiona sulle emozioni, ma “a freddo” quando non si provano.

E’ importante sottolineare che credenze e valori dei genitori e delle figure di riferimento contribuiscono all’apprendimento emotivo, perché guidano i comportamenti nella vita quotidiana, influenzando gli insegnamenti emotivi trasmessi ai bambini. A Tal proposito ci sono due orientamenti: la guida delle emozioni di genitori consapevoli dell’importanza delle emozioni nella quotidianità. Sono gli adulti a fare da guida e a concepire le emozioni, tutte, come opportunità per sperimentare gli stati affettivi e occasione per imparare a gestire le emozioni e acquisire un lessico emotivo.
Altro orientamento è la messa al bando delle emozioni di genitori che non accettano per primi le emozioni spiacevoli e anzi le vedono come dannose per il bambino e ne ignorano la manifestazione.

“Prima di essere schiuma, saremo indomabili onde” C. Pavese

Ho scelto questa frase per far capire quanto le emozioni e la loro intensità siano importanti nei bambini come in ognuno di noi e questa intensità è fisiologica e quindi connaturata allo sviluppo, è neurobiologica e quindi fa riferimento all’evoluzione della specie, è cognitiva e pertanto c’è la necessità di affrontare tutte le tappe evolutive. “Definire limiti, delineando chiaramente i confini dei comportamenti accettabili e offrendo un sistema di riferimento, significa fornire ai bambini esperienze importanti che li rendono capaci di costruire un senso di fiducia e sicurezza” Siegel
Più un bambino ha confini ben definiti meglio riesce a muoversi nel mondo. E’ cosi che le regole forniscono un ambito circoscritto di movimento, sono una guida, una direzione e ciò non significa limitarli, ma guidarli verso l’autonomia.
Novara afferma che “le regole sono buone procedure, non rigidi divieti e coercizioni”. Dobbiamo quindi pensare alle regole non come divieti, ma come direzioni di senso e tutto in un’ottica di relazione e non di potere e controllo.

Il bambino, nei primi anni di età segue l’adulto in modo spontaneo e naturale specialmente quando c’è una buona relazione di attaccamento e di fiducia.

L’accoglienza, l’ascolto, l’empatia, una relazione autentica e di qualità fa da base all’allenamento emotivo e allo sviluppo dell’intelligenza emotiva. Il modo in cui il caregiver regola le emozioni del bambino fin da quando nasce in poi, fa si che da questa relazione scaturiscano i diversi stili di attaccamento. Questo non significa far fare ai bambini quello che si vuole. I bambini dal canto loro hanno bisogno di opporsi, di dire no e questo noi adulti dobbiamo preservarlo. Sta all’adulto scindere le situazioni e i contesti per legittimare i “no”.

Al bambino opporsi serve a predisporre le basi per affermarsi e per costruire la propria identità e personalità.

Importante per la relazione è la regola dei terzi, la giusta misura per far crescere il bambino in modo equilibrato e far sentire il genitore più sereno. E ’la regola che permette all’adulto di non essere perfetto nella relazione con il bambino, sono ammessi errori e anzi devono esserci. Questa regola attesta che fatte 100 le interazioni tra adulto e bambino si possono dividere in tre parti da 33. Questa regola ci dice che l’adulto deve essere in sintonia con il bambino 33 volte su 100, 33 volte su 100 la relazione si può rompere e 33 volte su 100 ci deve essere un tentativo di recupero (il prima possibile) dove la relazione si è rotta. Tutto ciò dà anche al bambino l’esempio di un modello di relazione che egli stesso apprende e gli permette di costruire sé stesso in modo sano. Capirà che nelle relazioni è possibile sbagliare, ma anche recuperare e chiedere scusa.

Saper di poter sbagliare e poter riparare fornisce rassicurazione e consente di non avere ansia di perfezione, di avere un atteggiamento di leggerezza e serenità.

Pedagogia dei bisogni – Urgenza Comunicativa – Resilienza

Questi incontri sono stati organizzati per accogliere i vissuti emotivi e le fatiche di adulti e bambini in un’ottica di prossima riapertura e quotidianità scolastica dopo un lungo periodo pandemico che ancora sembra proseguire. Sono un supporto alla genitorialità.

Sono stati momenti particolari che hanno fatto muovere emozioni e che hanno visto il ruolo di genitore 24 ore su 24. Mai come ora c’è stato regalato un modo di vivere a pieno i propri figli e questo è sicuramente un grande dono, seppur nella particolarità e gravità del momento, ma è altrettanto vero che ha portato molte fatiche e fragilità.

Tutto è accaduto repentinamente, abbiamo avuto bisogno di capire e cogliere ciò che stava succedendo per dargli un senso e forse abbiamo perso il contatto con noi stessi e a volte anche con gli altri, perché presi da ansie, frustrazioni, paure, preoccupazioni. Così inevitabilmente non abbiamo potuto essere disponibili anche con i nostri bambini.

Ci siamo immersi nel fare. Un “fare” che trova poco senso se non fatto in un contesto sereno di relazione autentica e di contatto.
Forse è proprio in questo periodo che abbiamo capito che non dobbiamo mai sminuire le nostre emozioni, allontanarle, ma le dobbiamo cogliere ed esprimere, lasciarle fluire fuori per prenderci cura di noi e dargli una

direzione costruttiva. E’ importante perciò non perdere il contatto con noi stessi e le nostre sensazioni corporee come ad esempio il respiro.
In questo tempo tutti gli adulti sono stati pervasi da emozioni affaticate. Ma non dimentichiamoci dei bambini.

Anche loro hanno il diritto di far fatica dal punto di vista emozionale. Se fanno fatica gli adulti, i bambini ancora di più, perché non hanno i nostri strumenti e le nostre risorse.
Accogliere le loro emozioni senza scambiarli per capricci, entrando in empatia per comprendere senza giudizio è molto importante.

Tutto ciò avviene se prima ci siamo ri-connessi con noi stessi, siamo dunque aperti e disponibili all’altro in un’ottica di legame autentico, in relazione ed empatia con l’altro con la sua fatica, rinforzando noi stessi e l’altro con il contatto o con qualcosa di realmente positivo.

Il “NOI” diventa così un elemento di valore, strutturale nel processo di crescita e di maturazione. E il “noi” possiede tutte le emozioni che nutrono le radici della salute sociale. E’ attraverso il “noi” che passano la voce, il tatto, l’odore, lo sguardo. Sensi che organizzano le emozioni. Oltre al contatto quindi ci sono anche altri canali comunicativi altrettanto importanti.

In questa logica relazionale in un momento storico pieno di fatiche emotive si coglie un’urgenza comunicativa, cioè cercare di comunicare attraverso i sensi e gesti i bisogni. E questi bisogni devono essere ascoltati perché è attraverso l’ ascolto che si possono restituire dei significati.

E quando sento urgenza di comunicare i miei bisogni?
Ci sono diverse tipologie di bisogni, diverse urgenze comunicative che l’altro, bambino o adulto, vuole tirar fuori e lo fa nella relazione. Questi bisogni sono bisogni chiave che guidano la nostra comunicazione:
-Bisogno di poter essere e di poter essere capace di
-Bisogno di protezione sicurezza
-Bisogno di vicinanza e sostegno
-Bisogno di autonomia esplorazione
-Bisogno di riconoscimento e adeguatezza

Bisogno di appartenenza

-Bisogno di contenimento

-Bisogno di gioco e interesse

-Bisogno spirituale

Tutte le fatiche sono legate a questi bisogni.
E allora cosa faccio fatica ad accogliere nella relazione? E quali paure sono ad esse legate?
Io devo accogliere le mie fragilità avendo uno sguardo amorevole e senza giudizio né verso di me né verso l’altro, perché noi non siamo le nostre fragilità, ma siamo molto di più ed è in questo processo di accoglienza che lo dobbiamo capire.
Pensando ad un bambino, con empatia devo sentire la sua urgenza dentro di me, anche se nell’immediato a volte non la vediamo.
Cosa sta cercando di comunicarmi?
Dovremmo aprirci alla pedagogia dei bisogni e lo dovremmo fare accogliendo il mondo e il vissuto dell’altro, non appiattendo le varie urgenze, ma accogliendole anche se veicolate da altri tipi di comunicazioni.
Accogliere significa ascoltare e sentire, ma non basta deve anche trasformarsi in un’azione concreta verso l’altro, in un rilancio (abbraccio, carezza, parola, sorriso, sguardo) e una condivisione. Aprirsi alla pedagogia dei bisogni significa educarsi all’ascolto dei bisogni, all’espressione e alla comunicazione in una sintonia emotiva relazionale.
E’ proprio nelle difficoltà che la relazione significativa si costruisce.
Il fondamento di questo è far capire all’altro, bambino o adulto che sia, che qualsiasi condizione o urgenza ci sia, noi siamo lì accanto.

Fragilità e paure bloccano le relazioni, bloccano i piani di azione e limitano il potenziale umano. Ci sono azioni negative che vengono messe in campo guidate da questi pesi e paure e che non corrispondono alla nostra identità perché dettate dal momento (Gridare, urlare, arrabbiarsi, piangere, perdere la pazienza, accontentare, ecc…).

Quindi se ci si orienta non sulle paure e le fragilità, ma sui bisogni, i piani di azione saranno focalizzati e le relazioni saranno supportive
con un cambio di sguardo e lontano da automatismi derivanti da modelli culturali di un tempo.

È in questo tempo di fatiche, stanchezza, paure e preoccupazioni che dobbiamo resistere e tentare di trasformarle in risorse e possibilità di crescita. È il tempo di costruire resilienza.
La RESILIENZA è una caratteristica non innata o acquisita e immutabile, si costruisce lungo il proprio cammino di vita ed è il risultato di un processo dinamico.

È la capacità di far fronte, di resistere, costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita. Offre l’opportunità di non far coincidere la persona con i suoi problemi, di non ridurla ad essi, ma di vedere e far valere tutte le sue conoscenze, caratteristiche della sua potenzialità. Ogni persona è un giacimento di risorse che vanno cercate per costruire strategie.

Pertanto come per le emozioni c’è bisogno anche di un’educazione alla resilienza e ciò significa sostenere i bambini nella “raccolta di piccoli mattoncini” per costruire una personalità flessibile. Infatti la resilienza fa parte dei vari stili emozionali di cui ci parlano le neuroscienze affettive (autoconsapevolezza, sensibilità al contesto, attenzione, prospettiva, intuitività sociale).

Educare alla resilienza significa insegnare con il riflesso del proprio agito, ad osservare, conoscere, esplorare, analizzare il contesto, i soggetti secondo punti di vista differenti. Significa affiancare nell’apprendimento di strategie utili ad attivare una riorganizzazione positiva.

L’obiettivo è quello di aiutare i bambini a sentirsi come una piccola scatola di mattoncini che può fare, non qualsiasi cosa, ma potrà far fronte a qualsiasi ostacolo e riuscire a trovare una riorganizzazione di fronte eventi avversi (in opposizione alla nostra cultura prestazionale e competitiva). Significa inoltre, affiancare il bambino nella costruzione di un sistema di convinzioni non rigido, lasciare ai bambini la possibilità di sperimentare azioni e soluzioni personali quindi proprie strategie.

L’adulto deve essere un allenatore, un facilitatore sia per le emozioni sia per la resilienza e per farlo occorre ripensarsi senza ignorare i sentimenti, senza lasciar correre e senza essere sprezzanti e giudici.

Le neuroscienze hanno scoperto che gli elementi della resilienza e quindi le capacità che bisogna sviluppare nei bambini per essere poi futuri adulti resilienti sono:

la creatività-libertà di espressione l’iniziativa- possibilità di scelta l’autonomia-dare fiducia
il senso dell’umorismo-educazione giocosa empatia-apertura verso l’altro

senso morale-poche regole ma applicabili
base di attaccamento sicura-relazioni autentiche la fiducia verso l’altro e verso il mondo

Queste competenze saranno propedeutiche alla resilienza ma prima occorre lavorare su noi stessi per poi creare uno stile, un contesto, un clima facilitante per i bambini. Ciò significa: non provvedere a tutti i bisogni, evitare di eliminare tutti i rischi, non fornire tutte le risposte, lasciar fare errori, aiutarli nella gestione delle emozioni, essere modello di resilienza.

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